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Un vecchio gatto, emerito matematico ma molto distratto e incredibilmente pigro, sonnecchiava all'entrata del tempio. Ogni tanto, socchiudeva un occhio per contare le mosche dei dintorni e ripiombava quasi subito nella sua dolce letargia. Shiva passò di là per caso. Meravigliato dalla grazia tutta naturale che l'animale aveva comunque conservato, malgrado la pinguedine accumulata durante i lunghi ozi, il Signore del Mondo gli chiese:«Chi sei e che cosa sai fare?».Senza nemmeno socchiudere le palpebre, il felino borbottò: «Sono un vecchio gatto, molto sapiente, e so contare alla perfezione». «Magnifico! E fino a che numero riesci a contare?»«Vediamo un po' ... posso contare fino all'infinito!»«In questo caso, fammi un piacere. Conta per me, amico mio, conta ... »Il gatto si stirò, sbadigliò, poi, con fare scontroso, cominciò:«Uno ... due ... tre ... quattro ... ».Ogni numero veniva pronunciato con una voce sempre più fioca e vaga. Al sette, il vecchio gatto era quasi addormentato. Al nove, ormai russava, immerso in un sonno beato.«Poiché sei capace di contare soltanto fino al nove» decretò il grande Shiva, sovrano delle Sfere celesti, «io ti concedo nove esistenze.» E fu da quel giorno che i gatti ebbero nove vite.Ma Shiva, che era anche un raffinato filosofo, meditò a lungo. Il vecchio gatto saggio gli aveva assicurato che sarebbe stato in grado di 'contare fino all'infinito. Certo, si era fermato al numero nove e poi si era addormentato profondamente. Ebbene, il sonno, senza nome, senza forma e senza pensiero logico, non era forse una prefigurazione dell'infinito?Allora Shiva completò il suo decreto: al termine delle nove vite, il gatto avrebbe avuto accesso direttamente alla felicità suprema
Cristina Corsi
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